Abbassare le luci, fare silenzio fuori e dentro se stessi: è questa l’atmosfera
migliore per avvicinarsi ad un libro di poesie, per poterne cogliere appieno il
significato e le mille, sottese sfumature, le vibrazioni delle emozioni, il
senso delle parole dette e di quelle non dette, i silenzi delle pause che si
allungano per abbracciare i ricordi come i volti e le cose. In un libro di
poesie si entra in punta di piedi, perché esso ci introduce al mondo segreto di
un’anima, ne svela il vissuto, i sentimenti, le conoscenze, la sua visione del
mondo.
Ma leggere poesie significa anche, e direi soprattutto, entrare in
esperienze emozionali che si caricano di corrispondenze, stabiliscono
condivisione, creano risonanze ora profonde, ora anche appena percettibili;
anche se c’è sempre il rischio di non riuscire a penetrare fin nel profondo le
parole e i significati che ad esse sono stati affidati.
La bella raccolta di
poesie di Gianluca Arena, intitolata “Camminavo sul tappeto dei giorni”, si
presenta originale ed intensa, e si offre al lettore con molteplici spunti e
tematiche, introducendolo ad un mondo in cui l’esperienza personale si è
sicuramente rivestita di poesia e le parole, i ritmi, le immagini stesse creano
momenti lirici e fortemente comunicativi. Stupisce innanzitutto una sensibilità
così attenta in un autore così giovane; denota senza dubbio un animo capace di
ascoltare le voci del cuore, di registrare gli eventi e le emozioni che ad esse
si accompagnano. Grazie ad essa le esperienze convergono e acquistano valore e
profondità, diventano momento di conoscenza, si trasformano in versi che
fluiscono limpidi e sinceri, dotati di spontanea carica poetica. Sicuramente
c’è un background culturale articolato e raffinato che risente della variegata
lezione della poesia moderna, a partire dal simbolismo, ed è evidente la
propensione per Cesare Pavese e Nazim Hikmet, che ideologicamente,
culturalmente e poeticamente, sono come due punti fermi tra cui corrono questi
versi; ma l’elaborazione è sicura e personale, e si avvale di uno stile
essenziale, nitido e fortemente scandito, caratterizzato dalla precisione della
parola che come un laser individua e determina la realtà, i pensieri e le cose.
Non si tratta a mio avviso solo di scelta linguistica; nella sobrietà e
proprietà lessicale, nella puntualità dell’osservazione e della descrizione
così come nella razionalità della struttura e del pensiero, ravviso uno stile
preciso, direi scientifico, desunto certamente dal mondo dei propri studi che
della parola fa un uso estremamente mirato e della osservazione il campo della
ricerca, della riflessione, della deduzione. Ciò aggiunge un merito in più alla
qualità dei testi, allineandoli alla produzione poetica del secondo novecento,
nata dalla corrente ermetica, per la quale il linguaggio scabro ed essenziale
diventa mezzo di illuminazione e di interpretazione della realtà.
Così
l’immagine che chiude la poesia “Notti atroci e vani giorni d’attesa…” :
“… il tempo oscilla lento in un mare di spasmodico dolore, tra due istanti vivi di
te”
ha una matrice sicuramente tecnica, ma la definizione, invece di
circoscriverla, esalta piuttosto l’intensità del sentimento, esprimendo con
particolare efficacia il malessere grande, esteso che si pone tra i momenti
estremi, che sono vivi, ma che sono troppo brevi, durano appena un istante.
Camminavo sul tappeto dei giorni… così ha inizio una delle poesie, tra le più
belle; la scelta di farne il titolo della raccolta appare ricca di suggestioni
ed evidenzia l’atteggiamento introspettivo che vi corre trasversalmente e
centralizza l’amore come tema privilegiato. E non solo perché dà voce ad
un’esperienza personale fortemente significativa; l’amore è vita e nell’assenza
c’è il vuoto, il ghiaccio, il buio. Sono appunto questi i termini che ricorrono
per esprimere una condizione esistenziale di non felicità, altrove definita:
“una trappola inesprimibile così sto chiuso tra le pagine di Kafka o come uno
squarcio di colore nell’urlo di Munch”.
Il silenzio, invece, costituisce di stand-by , una pausa d’attesa, perché non manca – ed è giusto che sia così – la
speranza, la proiezione nel futuro anche quando c’è il rovesciamento temporale
della clessidra del tempo. Mi riferisco alla poesia “L’ora che attendo, versi
in futuro remoto”; letterariamente un ossimoro, ma solo un’ apparente
illogicità, perché è la nostra stessa realtà che si sdoppia, incanalata
strettamente tra passato e futuro: e l’uno trova nell’altro le sue ragioni, la
sua storia. Altre poesie sono lievi e ricostruiscono luoghi ed incontri quasi
familiari, restituendoci angoli della memoria, vicoli stretti e caldi nella
loro umanità, fioche luci che svelano la piazzetta. Penso a Saba. Altre poesie
si aprono alla realtà contemporanea, che viene raccontata per quello che è,
attraverso brevi scatti, quasi fotogrammi; così “Guerra”; con le sue immagini
crude evoca alla mente scene purtroppo note e suggerisce l’amara riflessione:
“…vana evoluzione di primate”.
La guerra è infatti la più violenta ed
esecrabile delle assurdità che percorre da sempre la storia e che induce ad una
sola logica conclusione:
” vani sono gli epitaffi… muta la parola”
che vi è scritta, se tante morti ancora non riescono a parlare al cuore dell’uomo, a
fargli cambiar rotta. Una follia. E “Follia” è lo stridente contrasto tra una
notte silenziosa dove la luna
“veglia in un’aura umida di magia”
e il latrato che squarcia la notte, violandone improvvisamente l’incanto. Nella sua brevità
il testo si carica di un valore fortemente metaforico che allude alla
condizione umana: spesso, appunto, pura follia. Da un punto di vista formale
c’è da rilevare la musicalità intrinseca di queste poesie, e non solo per la
ricorrenza di alcune frasi o per la disposizione disordinata delle parole o per
la struttura a scalini alla maniera di Luzi che, come ha ben detto il professor
Antonio Magliulo nella splendida prefazione,
“accresce il valore delle parole
stesse, come fossero schegge di verità o frammenti illuminanti, cadenti
dall’alto”, facendo poi, da esperto e cultore di arte qual è, un riferimento
particolarmente significativo alle gocce cromatiche di Pollock. “Io un giorno
scrivevo poesie. Poi smisi e risi / amaramente / dolcemente / follemente” e,
dopo versi estremamente scanditi, un’altra assonanza, che non è vuoto gioco di
parole, ma balenante riflessione: “ … rabbia / solo sabbia / e polvere”;
e non sfugge il tramutare del verbo: prima scrivere, poi assorbire, poi vivere, poi
di nuovo scrivere poesie, quasi a tracciare un trascorrere verso un sentimento
che rimane poi solo da raccontare, da affidare alle parole. Si avverte,
leggendo questi versi, un andamento avvolgente, reso forte da un uso
intelligente e sensibile delle figure retoriche, particolarmente delle anafore
e dagli enjambements. Le prime ricordano il dolce ritmo e la struttura di molte
poesie di Hickmet, imprimendo al verso un ritmo lento, che si apre alla
emozione e al ricordo; gli enjambements invece velocizzano il verso,
conferendogli una nuova musicalità, ma poi creano pause improvvise, nuove,
tutte da scoprire. (...) Voglio solo brevemente soffermarmi su una poesia molto
intensa che inizia con le parole:
“ Assorto / ad un palmo dal vuoto / due gocce
bussano al vetro”.
Mi ha molto colpito perché costruita senza dubbio con
sapienza: infatti le parole della frase iniziale ritornano nella frase finale,
associate però in una combinazione diversa.
“ Assorto ad un palmo dal vetro in
una bolla di vuoto”.
La nuova disposizione conferisce alle parole una vis
poetica nuova, e sposta l’asse della poesia dall’esterno direttamente sul
proprio io, sulla propria condizione esistenziale, che è vissuta come isolata e
nello stesso tempo rarefatta e sospesa. Questa percezione di sé richiama alla
parte finale di “C’è un verso che scrivi”,
dove c’è la storia di un amore che
si è snodato tra incontri e incomprensioni, fino ad arrivare ad un nuovo
momento, ad una ripresa, vissuta però con la consapevolezza dolente delle
fragilità e precarietà del rapporto:
“ …abbiamo ripreso a vivere nello stesso respiro, ma ad un passo dal nulla”.
Alla luce di questa coscienza le parole
diventano purtroppo “vane”, “solo spuma”, anche se sgorgano sincere dal cuore:
“ Dico solo le parole che sento / dolci appassionate / sincere / irripetibili”.
Rapido il susseguirsi delle immagini che, affidate spesso al solo registro
nominale, ben esprimono la sommazione delle emozioni che si accavallano
sull’onda del ricordo, per poi sciogliersi nella frase finale:
“ Se ora /
sfiori la mia strada / ti lascio nel vento / lieve / come l’azzurro del
mattino”.
Veloci anche le pennellate che colorano i versi; tra tutti è
ricorrente l’azzurro, il colore della nostra anima mediterranea, il colore che
apre a spazi aperti, alla libertà del volo, ai sogni: denota le attese, una
proiezione forte verso il futuro, che auguro a Gianluca Arena felice e ricco di
brillanti affermazioni.
Insomma tanti fili preziosi tessono la trama di questi
versi; danno voce ad un mondo interiore e registrano quello esterno, per la
traccia che ha lasciato sull’anima. “Camminavo sul tappeto dei giorni”, una
bella, intensa raccolta, come dicevo all’inizio, dove sono davvero tanti i
momenti in cui il tono si eleva, e le parole diventano vera poesia. Rubo, per
concludere, la frase finale della prefazione di Antonio Magliulo, non trovando
parole più belle e più vere: “…la poesia corre a volare alta, sulle ali dei
sentimenti più puri; il linguaggio diviene leggero levigato, soave e si compie
un prodigio raro, senza uguali: la sublimazione della parola in musica”. Non
possiamo non essere d’accordo con lui e non possiamo non augurarci che questo
primo lavoro sia foriero di una produzione che andrà ad arricchirsi e a darci
nel futuro altri momenti di sincera emozione. E in un mondo arido come quello
in cui viviamo, ce ne è davvero bisogno.
Maria Luisa Pisacane